Scienze Motorie e Sportive

Hitler omaggiò Owens, Roosevelt no!

Posted on: 1 giugno 2014

Secondo una narrazione in cui fatti storici e fantastici si mescolano, l’eroe “nero” dei Giochi di Berlino del 1936, Jesse Owens, urtò la suscettibilità di Adolf Hitler, il quale, offeso dallo strapotere atletico dell’afroamericano (vincitore di 4 medaglie d’oro), perse le staffe e disertò la cerimonia di premiazione all’Olympiastadion.
Come ogni leggenda metropolitana che ha una funzione semplificatrice degli eventi, si sente ripetere questa ricostruzione degli avvenimenti legati allo sport prossimo agli eventi bellici del secondo conflitto mondiale.
Se s’intende trattare questi argomenti, è importante utilizzare gli strumenti che dovrebbero essere alla base di ogni sana ricerca storica.
Nel 1920, il 13 febbraio, nasce negli USA la Negro National League, campionato di baseball separato per atleti neri, mentre nel 1925 trentacinquemila sostenitori del Ku Klux Klan marciano su Washington per mostrare la forza dell’organizzazione.
Nel 1932, a Tuskegee inizia uno studio clinico del Servizio Sanitario Pubblico (che finirà solo nel 1972) su 399 mezzadri afrostatunitensi malati di sifilide che furono studiati per osservare la progressione naturale della malattia non curata senza essere informati delle diagnosi; agli stessi fu negata la cura a base di penicilina una volta scoperta.
In questo contesto storico, Owens si reca a Berlino per disputare i Giochi della XI Olimpiade dell’età moderna e, appena prima dell’inizio delle competizioni, riceve la visita di Adi Dassler, un imprenditore tedesco fondatore della casa d’abbigliamento sportivo Adidas, che equipaggio dell’attrezzatura necessaria l’atleta statunitense giunto in Germania con calzature inidonee alla manifestazione.
Il suo successo della gara di salto in lungo è presentato più volte tra le immagini del lungometraggio Olympia diretto da Leni Riefenstahl, celebre soprattutto come autrice di film e documentari che esaltano il regime nazista e che le assicurarono una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca del suo tempo. Va aggiunto che la vita della regista tedesca fu caratterizzata dall’amicizia e reciproca stima con Adolf Hitler e dalla condivisione dell’estetica nazista.
Sulla gara incriminata, quella del salto in lungo disputata il 4 agosto 1936, è lo stesso Jesse Owens, nelle pagine del libro autobiografico “The Jesse Owens Story“, a sostenere che «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto.»
Per ironia della sorte, fu il presidente statunitense dell’epoca, Franklin Delano Roosevelt, in quel periodo impegnato nelle elezioni presidenziali del 1936 e preoccupato della reazione degli Stati del sud, a cancellare un appuntamento con il pluriolimpionico alla Casa Bianca.
Spente le luci della ribalta di Berlino, Owens proseguì la sua carriera disputando gare ad handicap (concedendo ad altri velocisti dieci o venti iarde di vantaggio) e gareggiando con cavalli da corsa. Nel dopoguerra cominciò un nuovo lavoro come preparatore atletico della famosa squadra di pallacanestro degli Harlem Globetrotters.
È importante ricordare che fino al 1968 si è continuato a denunciare il razzismo messo in pratica negli USA in quegli anni; durante i Giochi della XIX Olimpiade, Tommie Smith e il suo connazionale John Carlos, alzarono il pugno chiuso guantato in nero in segno di protesta contro il razzismo perpetrato dai bianchi a svantaggio della popolazione di colore e in appoggio alle lotte per il potere nero.
Appare incredibile che la leggenda metropolitana di cui il leggendario Jesse Owens sarebbe stato vittima, a quasi ottanta anni dall’avvenimento, sopravviva nonostante quanto sia stato scritto in merito.

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